Farmacista freelance ed insegnante a scuola: si può fare?
C'è un tipo di farmacista freelance che la mattina entra in una classe di adolescenti e il pomeriggio entra in farmacia. Non è una contraddizione — è una scelta, spesso meditata a lungo, che richiede qualche compromesso burocratico e molta flessibilità organizzativa. Ma per chi la fa, raramente è una scelta di cui ci si pente.
Il nulla osta: come funziona davvero
Il primo ostacolo è formale: chi lavora nella scuola pubblica come dipendente deve ottenere l'autorizzazione del dirigente scolastico per svolgere qualsiasi altra attività lavorativa. Ma il meccanismo è più preciso di come lo si immagina di solito. Non è il dirigente a valutare e decidere in modo discrezionale: è il dipendente a dichiarare, sotto la propria responsabilità, che l'attività che intende svolgere non è incompatibile con il ruolo. Il nulla osta segue da quella dichiarazione. Un farmacista può farlo perché iscritto a un albo professionale, e l'attività è per sua natura compatibile con l'insegnamento — anche se qualche sindacato ha sollevato perplessità nel tempo, quasi sempre infondate. Il vincolo vero, però, è un altro: la scuola viene prima, sempre. Non si può giustificare un'assenza — nemmeno per una seduta straordinaria — dicendo di avere un turno in farmacia. Chi gestisce entrambi i lavori lo impara presto: la flessibilità si costruisce dall'altra parte, non si sottrae a questa.
Due soddisfazioni diverse, uno stesso registro
Chi fa entrambi i lavori racconta spesso la stessa cosa: la farmacia e la scuola danno soddisfazione in modo diverso, ma attraverso un canale comunicativo simile. In farmacia arriva chi ha già un problema — una ricetta, un sintomo, una preoccupazione. In classe arriva chi... ha altri tipi di problemi! Spesso sani come pesci, ma che devono imparare le basi delle materie scientifiche e soprattutto a stare civilmente in mezzo alle persone. Sono mondi diversi, ma l'interlocutore ha spesso le stesse caratteristiche: bassa scolarizzazione (nel caso degli alunni... è implicito), democratico (nel caso della scuola pubblica), bisogno di essere incontrato dove si trova. Il farmacista che insegna impara presto che la cosa più importante è riuscire a spiegare cose difficili con parole semplici. E che quella competenza, costruita dietro al banco, funziona anche in classe. Forse meglio che in altri contesti.
I salti mortali del calendario
Il problema pratico è la sovrapposizione. La scuola ha le sue scadenze (verifiche, scrutini, udienze, consigli di classe) che cadono esattamente nei momenti in cui la farmacia ha più bisogno di personale: al mattino e in mezzo all'inverno (fine quadrimestre da una parte, stagione influenzale dall'altra). Chi gestisce turni e sostituzioni deve imparare a comunicare per tempo i propri vincoli, a costruire rapporti di fiducia con i titolari, a rinunciare a qualche chiamata dell'ultimo momento. È qui che il lavoro freelance diventa una necessità pratica: il dipendente fisso non può permettersi di dire no a un turno perché ha il consiglio di classe. Il freelance, se ha costruito bene la sua rete e gestito bene le aspettative, ha quella flessibilità. L'estate, poi, diventa il momento in cui concentrare il lavoro in farmacia: le sostituzioni stagionali coprono i mesi in cui la scuola è ferma, e il reddito si riequilibra.
Il nodo Enpaf
C'è però un aspetto che pesa, e che vale la pena nominare senza giri di parole: l'Enpaf non prevede riduzioni per chi svolge la professione in modo parziale o discontinuo. La quota si paga per intero, indipendentemente dal reddito da farmacista. Per chi divide il tempo tra scuola e farmacia, e magari non supera le duecento giornate lavorative in farmacia nell'anno, è un costo fisso che incide in modo sproporzionato. Non è un motivo per rinunciare, ma è un dato da mettere in conto fin dall'inizio — e da inserire in qualsiasi ragionamento sulla sostenibilità economica di questa scelta.
Chi la fa lo sa. E di solito la fa lo stesso.