Farmacia italiana 2036: quello che (forse) saremo tra 10 anni

Farmacia italiana 2036: quello che (forse) saremo tra 10 anni

Il primo di una serie di articoli sul futuro della professione. Non previsioni, non speranze: analisi.

Marzo 2026. Le contrattazioni per il rinnovo del contratto sono ancora aperte. Si discute di aumenti, di mansioni, di futuro della professione. È il momento giusto per provare a guardare avanti — non con ottimismo di facciata né con catastrofismo da social, ma con la lucidità di chi conosce il sistema sanitario italiano e sa come funziona quando deve riformarsi: lentamente, in modo disomogeneo, spesso per inerzia più che per scelta.

Quello che probabilmente accadrà è questo.

Il contratto terrà — ma non basterà. Gli aumenti arriveranno, parziali, abbastanza da frenare l'emorragia di professionisti ma non abbastanza da invertirla. Nei cinque anni successivi migliaia di farmacisti dipendenti lasceranno comunque — non tutti insieme, non in modo eclatante, ma in modo costante e difficile da misurare. Il vuoto verrà riempito per gradi: totem per la dispensazione automatica nelle farmacie urbane più grandi, assistenti di farmacia per il front-end, consegna a domicilio normalizzata. Il farmacista laureato rimarrà, ma si sposterà verso un ruolo che in molte farmacie non sarà mai né definito né retribuito come tale.

La farmacia dei servizi decollerà — al nord. In alcune reti cooperative strutturate il modello prenderà forma: gestione della terapia cronica, collegamento con i medici di medicina generale, telemedicina di primo livello. In alcune regioni pilota la prescrizione farmacista diventerà realtà in forma limitata — una lista ristretta di patologie minori, aggiornata periodicamente, mai estesa a livello nazionale perché il conflitto con la medicina di base non troverà una composizione vera.

Al sud e nelle aree interne andrà diversamente. La farmacia resterà spesso l'unico presidio sanitario del territorio, sovraccarica e sottopagata, tenuta in piedi dalla dedizione individuale di chi ci lavora. I servizi resteranno sulla carta. Il farmacista continuerà a fare tutto, compreso quello che non è formalmente di sua competenza, perché non ci sarà nessun altro.

La liberalizzazione totale non arriverà. Ma i confini si eroderanno. Farmaci da banco sempre più distribuiti fuori dalla farmacia, parafarmacie rafforzate, grande distribuzione progressivamente presente nell'area salute. L'esclusiva sui farmaci con ricetta reggerà, ma su equilibri politici fragili, rimessi in discussione ogni volta che tornerà in agenda una legge sulla concorrenza.

Tra dieci anni, la professione sarà spaccata in tre. Una minoranza avrà trovato un ruolo clinico riconosciuto e integrato nel sistema sanitario. Una maggioranza lavorerà in un limbo — presente, utile, ma invisibile alle politiche. Una parte avrà lasciato, silenziosamente, senza che nessuno abbia tenuto il conto.

La farmacia italiana non collasserà. Non si trasformerà. Resisterà — come ha sempre fatto. La domanda è se, tra dieci anni, resistere sarà ancora sufficiente. E se nel frattempo qualcuno avrà avuto il coraggio di rispondere.

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